Battaglia legale

Parla il bidello licenziato perché non puliva: «Quello nelle scuole è caporalato»

Ha perso in tutti i gradi di giudizio, ma non si arrende: «Andrò alla Corte europea dei diritti dell’uomo. È un sistema che sfrutta le persone»

Parla il bidello licenziato perché non puliva: «Quello nelle scuole è caporalato»
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di Andrea Rossetti

Tre anni di battaglie legali, trentamila euro spesi in avvocati e altri tredicimila almeno messi in conto per il ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo, 1.200 euro solo di fotocopie: vale davvero la pena? «È una questione di principio. Mi hanno tolto la dignità». G. C. è il bidello (tecnicamente collaboratore scolastico) la cui storia ha fatto il giro di tutti i media nazionali: licenziato nel dicembre 2017 dal Paleocapa di Bergamo perché accusato di non voler pulire la scuola, il 21 giugno scorso la Cassazione ha respinto in ultimo grado di giudizio il suo ricorso, dando dunque ragione all’istituto e al Ministero dell’Istruzione. Un’ingiustizia, commenta G. C., che non ha alcuna intenzione di arrendersi.

L'Itis Paleocapa

La giustizia italiana le ha dato torto in primo grado, in Appello e ora anche in Cassazione. Perché la Corte europea dovrebbe emettere un verdetto diverso?

«Perché non è l’Italia. Io sono vittima di un sistema, o almeno è così che la vedo».

Quale sistema?

«Il sistema scuola, in primis, che costringe le persone a lavorare fuori dalle regole teoricamente previste dallo Stato. E poi dallo stesso sistema Stato, che non tutela un suo cittadino».

I giudici della Cassazione hanno definito il suo rifiuto di pulire le aule come «assolutamente ingiustificato», una «violazione grave».

«Sono parole più leggere di quelle usate dai giudici d’Appello, dove sono stato definito un “lavativo”, una persona “sciatta”».

Al di là dei termini, i giudici dicono che lei doveva pulire e non lo ha fatto.

«Innanzitutto, vorrei precisare che non è vero che non l’ho fatto. L’ho fatto, ma pretendevo che la cosa venisse riconosciuta nel mio inquadramento contrattuale, e dunque venisse retribuita. So bene quali sono i miei diritti, sono segretario regionale del sindacato autonomo Usi Surf».

In molte scuole, i collaboratori scolastici puliscono le aule senza problemi.

«È tutta una questione contrattuale. Le spiego velocemente: dal 1999, la figura del bidello non esiste più. Fino ad allora, erano le Province a “gestire” per le scuole quella figura professionale, anche economicamente. Dal 1999 in poi, tutto è cambiato. Sono nati i collaboratori scolastici, che hanno varie mansioni. Quella della manutenzione e della pulizia degli istituti è demandata ad accordi che ogni plesso può fare con società esterne, attraverso dei finanziamenti che vengono concessi dallo Stato. I collaboratori scolastici possono avere mansioni di questo tipo, ma non rientrano nel contratto nazionale. Serve un contratto interno tra scuola e singolo soggetto che lo preveda. Con un pagamento aggiuntivo, ovviamente».

E lei sostiene che, nel suo caso, le cose non stavano così.

«Il mio contratto con il Paleocapa non prevedeva quelle mansioni. È tutto scritto!».

E allora perché le hanno dato torto?

«Eh, perché... Guardi, non mi faccia dire di più. Posso solo dire che sono convinto che rivolgendomi alla Corte europea, superando i confini nazionali, avrò giustizia. Sono il primo ad aver sollevato questo tema».

Il tema dei compiti dei collaboratori scolastici?

«Il tema di come spesso il sistema sfrutti le persone che fanno questo lavoro. Se io ho dei diritti, li faccio valere e devono essere rispettati. Tutti parlano del caporalato nel mondo dell’agricoltura, ma qui cosa c’è di diverso, scusi?».

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